Articolo su mostra di Picasso a Roma al Museo della Fanteria



In questo spazio espositivo, il racconto si sviluppa esplorando i legami personali che costituirono la linfa vitale della straordinaria ricerca creativa dell'artista spagnolo. Per Pablo Picasso, infatti, l'arte e la vita erano realtà indissolubili, due facce della stessa medaglia che si influenzavano reciprocamente. Le donne che amò intensamente e gli amici più stretti furono così protagonisti di una straordinaria galleria di personaggi, tradotta in volti, icone e simboli, che si stratificano con una continuità sorprendente nel corso di più decenni. 

 

Un esempio particolarmente significativo di questa profonda connessione tra arte e vita emerge nel dipinto Donna che fuma, realizzato tra il 1906 e il 1907, il dipinto raffigura, con grande probabilità, Fernande Olivier, nata a Parigi nel 1881 e morta a Neuilly nel 1966, la prima donna significativa nella vita di Pablo Picasso. Tra il 1904 e il 1912, Fernande condivise con Picasso i primi anni della sua carriera e la fervente atmosfera del Bateau-Lavoir. 

 



 

Il ritratto (o autoritratto) è inedito e frutto di vent'anni di studi che hanno evidenziato dettagli iconografici sorprendenti, offrendo spunti non solo per analizzare questa opera ma anche per ampliare la conoscenza dell'arte e della storia del primo Novecento, in particolare del lavoro di Picasso durante gli anni della convivenza con Fernande. Il viso, rappresentato in giovane età tra il 1904 e il 1911, coincide con le immagini dell’epoca. 

 

Gli studi ne suggeriscono una datazione tra il 1906 e il 1908, in linea con le sperimentazioni stilistiche di Picasso e del suo contemporaneo Van Dongen. Fernande fu musa ispiratrice di Picasso durante il “periodo rosa” e il primo cubismo, posando anche per Van Dongen, che definì il suo ideale di figura femminile. Olivier non fu solo fonte d’ispirazione; dipinse attivamente, anche dopo la fine della relazione. 

 

Il talento di Fernande fu elogiato dallo stesso Picasso, che discusse positivamente delle sue capacità artistiche, includendola in una comparazione favorevole con Dora Maar. Il dipinto raffigura una donna fumante, seduta su una sedia circolare e appoggiata a un tavolo. Lo stile richiama l’audacia espressionista delle Avanguardie, con tratti volumetrici semi-geometrici che conferiscono un’armonia avvolgente a tutta la composizione. I lineamenti del volto corrispondono ai ritratti e alle foto di Fernande dell’epoca, inclusi gli autoritratti riportati nelle sue memorie. 

 



 

Marcato è il motivo “a maschera”, il caschetto con striature rosse e verdi nei capelli, e le caratteristiche dita lunghe e prensili. L’opera appare sorprendentemente simile al Ritratto di Dora Maar realizzato da Picasso nel 1937: i due quadri si rispecchiano nella struttura formale pur con lievi differenze negli oggetti presenti. Dettagli comuni includono i contorni geometrici, le cromie decise, il tavolo circolare giallo e la posa della figura. 

 

Anche elementi come le striature nei capelli, le dita affusolate, lo smalto rosso e la decorazione dell’abito sono identici. Le rotondità delle braccia rimandano curiosamente a un’altra opera di Picasso, “Il Bevitore d’assenzio” del 1903. Donna che Fuma anticipa di trent’anni il Ritratto di Dora Maar, delineandone archetipi e somiglianze sostanziali.

 

La sedia, con il suo motivo circolare e avvolgente, si intreccia nella struttura compositiva e riappare in Picasso, quasi astratta, nell’opera Woman in an Armchair del 1920. Elizabeth Cowling analizza il legame psicanalitico tra sedia e modella femminile: simbolo di protezione, trono e prigionia, diventa elemento centrale nel definire il soggetto ritratto. Lo sfondo geometrico accompagna questo tema, con rigature prospettiche che convergono verso una parete chiusa, evocando una camera da ritratto e spazio della memoria. Un’impostazione simile emerge nel Ritratto di Dora Maar del 1937 e in altri lavori successivi. 

 


 

Questi ritratti avviano una galleria di figure che riflettono l’evoluzione creativa di Picasso e il suo archetipo iconografico ricorrente. Affinità evidenti si rilevano anche con il Busto di Donna con una mano alzata, incisione del 1906, e nelle somiglianze tra i tratti fisionomici del volto in Buste d’Homme e Autoportrait à la palette dello stesso anno. Richardson, nel suo studio critico-biografico, descrive come Picasso fondeva lineamenti e identità delle sue amanti nelle opere, anticipando il modo in cui avrebbe manipolato tali tratti somatici nelle rappresentazioni successive. 

 

Questo studio-abitazione, ospitato in un edificio ormai in disuso, fu il luogo in cui Picasso concluse nel 1907 Les Demoiselles d’Avignon.  

 

Luogo considerato culla del Cubismo, il Bateau-Lavoir divenne presto un punto di riferimento per i giovani artisti del quartiere di Montmartre, formando ciò che venne poi definito il gruppo del Bateau-Lavoir. 

 


 

Nel 1908 in questo locale fatiscente si stabiliscono artisti destinati a divenire protagonisti dell'arte del '900, come George Braque, Max Jacob, Marie Laurencin, Guillaume Apollinaire, André Salmon, Maurice Raynal, Juan Gris, Gertrude e Leo Stein, e poi Fernand Léger, Robert Delaunay, Albert Gleozes, Andre Lhote, Jean Metzinger, Francis Picabia, Alexander Archipenko e Paul Gauguin di ritorno dal suo primo viaggio a Thaiti, tutti attratti dalla personalità magnetica di Picasso. 

 

Luogo mitico descritto da Fernande Olivier: “le bateau abrita des peintres, des sculpteurs, des littérateurs, des humoristes, des acteurs, des blanchisseuses, des couturières et des marchandes des quatre saisons. Glacière l'hiver, étuve l'été, les locataires s'y rencontraient à l'unique fontaine, un broc à la main”.

 

 "Nous vivions tous mal - scrive André Salmon nei suoi "souvenirs sans fin"- le merveilleux c'était de vivre quand mème". 

 

In Francia, lo spagnolo Pablo Picasso incarnava il simbolo dell'antifascismo contro Franco, un riscatto per coloro che erano stati sopraffatti dal fascismo, intrecciato con il folklore bohémien parigino. Era l'espressione dei vinti che, di lì a poco, avrebbero dato vita alla scena artistica più influente del mondo.

 


 

Nel proseguo della mostra il critico John Richardson ne sottolinea la sensibilità artistica e il contributo alla crescita del giovane Picasso. La mostra rende evidente come i legami sentimentali dell’artista non abbiano semplicemente influenzato la sua poetica, ma siano stati alla base della creazione di archetipi iconografici destinati a emergere ripetutamente nelle sue opere nel corso degli anni. Questi archetipi, nutriti dalle relazioni personali e dai vissuti emotivi di Picasso, continuano a restituirci una visione profonda e stratificata del suo mondo interiore. 

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